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Categoria: La Sacra per...
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Per saperne di più in merito a Domenico Carutti di Catogno, il rimando obbligato è al sito della Treccani, dove sono disponibili tutte le informazioni sulla sua vita e sulla sua produzione letteraria.
Dalla raccolta dei suoi racconti di gioventù, pubblicati in prima edizione nel 1847 e in seconda edizione (rivista e corretta dall'autore) nel 1861 con il titolo di "Gioventù. Racconti", è tratta la seguente narrazione, che offre un'interessante testimonianza della Sacra vista da uno scrittore dell'Ottocento durante una scampagnata d'agosto...

Riprende da La Sacra per... un autore nel 1847 (II)

Terminato il pranzo, salimmo sul campanile. La vallata, o comba di Susa, di là ci apparve tutt'intiera confondentesi ad oriente colla vasta pianura lombarda, ad occidente terminata dalle nevose cime dell'alpi, e tagliata nella sua lunghezza dalla nuova strada provinciale, accanto a cui serpeggia, quasi azzurro nastro, la Dora Riparia; di là numeravamo i villaggi sparsi in essa o pei clivi dei monti, fra i quali, quasi sotto i nostri piedi, Sant'Ambrogio e la Chiusa: nome quest'ultimo che oggi ancora rammenta le vane barriere dei traditi Longobardi e la facile vittoria di Carlo, che, pel primo, presentandosi alle porte d'Italia col titolo di liberatore, aprì il varco ai cento liberatori della donna latina. Ci parea che la valle sonasse di armi e di guerresche canzoni, e le età remote e le recenti risorgevano sopra quel fango

Mutato dall'orme
Sempre nuove d'un piè vincitor

- O Carlo, io dissi al giovane poeta, cantaci questo fremito di guerra, questo scalpitar di cavalli che sordamente rimbomba sulla valle; componi nella divina forma della poesia quelle idee, quei sentimenti che agitano confusamente le anime nostre all'aspetto di questi luoghi; desta col ritmo improvviso le segrete armonie che ogni uomo conserva in sè stesso quale sepolto tesoro; io leggo ne' tuoi occhi l'ispirazione; il tuo labbro susurra indistinte parole; canta all'aperto dei cieli, in faccia alla natura; i tuoi versi saranno sublimi.
- Io paragono, rispondeva Carlo, questo succedersi, questo incalzarsi di avvenimenti che accenni, colla pace che regna nel monastero. Chi sa quanti guerrieri stanchi delle fatiche del campo non vennero a riposare in queste mura! di quanti dolori non furono testimoni le brevi celle dei solitari! E chi sa quanti uomini in questa solitudine non ritemprarono l'animo alle gagliarde imprese, e temuti non passeggiarono novamente la scena del mondo! Al rozzo altarino di pietra che vedemmo nella prima cappella della chiesa a sinistra, celebrò il monaco Ildebrando innanzi di muovere la memoranda guerra alla simonia e di mirar prosternato alla cattedra di Pietro, Arrigo imperatore; qui Arnaldo della Rosa, guerriero e trovatore, piangendo la perduta donna che amò, nascose sotto il cappuccio lo sguardo sfavillante, e de' suoi gemiti echeggiarono le volte del tempo; qui pregando la fanciulla, il cui nome vive nella memoria degli Alpigiani, s'inspirò in quella fede che le difese dalle punte delle rocce su cui percosse la sua persona.
- La bell'Alda? interrogò Giuseppina.
- Sì, la bell'Alda, che, inseguita, si precipitò dal ciglione del dirupo.
- Voi avete fatto dei versi su quest'argomento; diteceli, o Carlo.
- I versi? non li ricordo più.
- Or bene, raccontateci almeno quello che sapete intorno alla bell'Alda. Conosco tante versioni di questa leggenda, la cronologia ne è così incerta, che non se ne può cavar costrutto.
Carlo raccontò la sua leggenda in queste parole, e fu una delle ultime che uscirono dalla sua bocca, poichè morì indi a non molto, e non avea ancora vent'anni! Povero amico!
- «L'epoca non importa guari, diceva egli; il popolo non registra l'anno degli avvenimenti; li tramanda da padre in figlio, e, in questa successione, rimane intatto il concetto della leggenda, avvegnachè se ne alterino le circostanze. I libri vogliono notar tutto, e l'uno dirà che il fatto accadde al tempo di Federico Barbarossa, altri al tempo di una invasione francese. Il libro vi descriverà la ferocia del primo o la disinvoltura dei secondi; inventerà amori; preparerà colpi di scena; ed il libro ha ragione. Ma l'alpigiano che alla sera narra nella capanna ai figliuolini il salto di Alda, non ha mestieri di ciò per destare l'attenzione de' suoi uditori; ai popoli che crearono questi simboli, basta l'idea nuda, essa si scolpisce indelebile nella lor mente, ed ogni squisitezza dell'arte non ne adornerebbe il significato, lo guasterebbe. Il popolo non cerca il verosimile colà dove indovina invisibili cause; crede e non ragiona; narra e non discute.
»Eccovi dunque Alda senz'abito di gala; che volete? io preferisco il fiorellino che olezza fra queste orride balze, alle magnifiche camelie onde si adornano i capelli della elegante cittadina.
»Vedete là quasi di faccia, un po' a mancina, quel poggetto su cui non verdeggia un fil d'erba? Quella larga striscia oscura sul piovente orientale, è terra che smotta; invano si vorrebbe porvi riparo; quella collina franerà sempre.
»Sovra di essa altre volte era fabbricato un castello; vi abitava un Conte, nemico di Dio e degli uomini; i suoi delitti erano a migliaia, il suo nome gettava terrore in tutte le capanne delle Alpi.
»Alda abitava i dintorni del convento, la sua bellezza le avea meritato il soprannome di bella; Bell'Auta la chiamano ancor oggi nel dialetto gli abitatori della vallata. Nè era bella soltanto, era pura come il pensiero degli angeli, innamorata della Vergine celeste e del Bambino, divota dell'arcangelo Michele, alla cui badia veniva ogni giorno pregando. Amava le leggende dei Santi e delle Vergini, e la sua mente s'infiammava all'udir raccontate le geste delle inermi fanciulle che sfidano le minacce dei barbari padri e gli aculei dei tiranni; il suo cuore che non avea mai palpitato pei giovani presi della sua bellezza, batteva pensando ai miracoli coi quali Iddio premia e protegge la fede e l'innocenza.
»Come mai la bell'Alda viveva impunemente nelle terre dello scellerato Barone? Questi da due anni era assente e guerreggiava come vassallo del Duca; era guardato da poca masnada il castello; nelle capanne e nei villaggi si respirava.
»Ritornò egli, terminata la guerra, e con lui gli scherani dall'orrido ceffo, dalle mani violente, dalla prepotente volontà. Come stormo di colombe all'appressarsi del falco, vedresti donne, fanciulle e vecchi riparare nel domestico tetto e sogguardarsi come chi sente l'annunzio di una grave sventura. Un giorno il fosco Conte passeggiava solo fuori del castello; camminava senza saper dove andasse, colle braccia incrocichiate, coll'occhio immobile. La bella Alda ritornava dalla Sacra, ed ei la incontrò. Fissolla lungamente quasi distratto; poi risensando, il fuoco della cupidità brillò nel suo sguardo. Non le parlò, ma fermatosi, la seguì coll'occhio, mirò la svelta persona, le agili mosse, l'ondeggiare delle forme giovanili. Il Conte serrò i denti, sciolse dal petto le braccia conserte, e con passo affrettato ritornò al castello. Il domani due grisi de' più scomunicati par che vadano a zonzo intorno alla Sacra; di tanto in tanto danno un'occhiata alla porta del convento.
»La bell'Alda ne esce finalmente soletta, bella e radiante come chi, pregando, si è levato a Dio e serba in volto le tracce dell'estatico esaltamento.
»Gli scherani si dilungano dallo spianato e precedono la giovinetta.
»Quando parve tempo, e's'arrestano ed attendono.
- Alda, bell'Alda, vi piacerebbe l'amore di un uomo che fosse più potente di tutti gli altri uomini e comandasse a tutti?
- Io non intendo le vostre parole, lasciatemi ire.
- Alda, bell'Alda orgogliosetta, ti piacerebbe abitare un ricco castello, aver damigelli e damigelle a tuo servigio, cavalcare un bianco cavallo, e non incallirti i piedi per questi sassi?
- Da sedici anni io vivo nella capanna di mio padre, e mi è sempre paruta anche troppo bella per me; e da un pezzo fo questa via, e ci sono avvezza. Tiratevi da un lato, che il sentiero è stretto.
- Alda, ascoltaci; noi dobbiamo condurti ad un uomo che ti ama, ed è il più ricco signore di Piemonte.
- Se voi siete maligni spiriti che venghiate a tentarmi, io vi comando di partire in nome del Signore.
- Il tuo Signore non è quello che ci dà le paghe, e noi non siamo di casa sua. Vieni con noi.
»Lo scherano l'afferra; Alda si divincola e fugge: fugge, e dietro a lei i due uomini del Conte. Fugge, e li lascia indietro di molti passi, e giunge dove il monte finisce tagliato a picco. Da un lato il muro della badia, dall'altro la voragine.
- Fermatevi o non m'avrete viva, grida ella; la Beata Vergine e san Michele mi aiutino.
»Ma gli scherani la deridono, già le sono vicini; ed Alda, invocata Maria, si precipita dall'alto. Quelli, attoniti, gettano un grido e si chinano sul precipizio per vedere.
»E vedono la bell'Alda, circondata da una nube bianca, che dolcemente discende colle mani giunte e levate al cielo, portata lentamente come foglia che si trastulla sull'ale dei venti.
»Divulgatosi il fatto, da tutti i paesi traeva gente a veder e lodare la mirabile fanciulla, ed allora si cantò una canzone che incominciava così:

La bell'Alda perseguita
Qui da balzo si gettò;
E nel fondo della valle
Lene il vento la posò.

E narra che quando gli scherani perseguitavano la giovinetta, il Conte se ne stesse sulla sommità d'una torre, e di là vedesse il salto della Bell'Alda, e che in quel punto il poggio si commovesse come per terremoto, e crollasse il castello e perisse il Barone e sua iniqua masnada; e dicesi che il monte sul luogo ove fu edificato detto castello, smotti e debba smottare per sempre.
»Ora Alda prende a compiacersi singolarmente delle lodi che vengono date; rammenta l'insulto, la fuga, il salto miracoloso... e già considera sè stessa maggiore delle fanciulle sue compagne, si crede prediletta da Dio.
»E siccome pessima consigliera è la vanità, un giorno, in presenza di numerosi spettatori accorsi, ella promette di lanciarsi una seconda volta dal balzo; e si slancia, e le punte delle rocce ne trattengono il corpo frantumato.
»Allora corse un'altra canzone che diceva:

La bell'Alda inorgoglita
Qui dal balzo si gettò;
Sfracellata nella valle
La bell'Alda se n'andò.

(continua)